25 febbraio 2015

Le cose brutte non esistono, Riccardo Romani


Alla fine la racconteranno così la mia storia: c’è un tizio che guida un’auto rubata a tutta velocità. Deve trattarsi di una fuga, solo chi si sente braccato può perdere il controllo lungo una strada così dritta e deserta. Solo un criminale può spingere sull’acceleratore in quel modo. Questo scriveranno di me sul giornale locale, già me lo immagino. Diranno che ho travolto il recinto della fattoria, con i pioppi che fremevano per il boato. Diranno che è accorso il padrone di casa e che imbracciava un fucile da caccia.

Prendere in mano Le cose brutte non esistono di Riccardo Romani (66thand2nd, 2013) è un’esperienza affascinante. “Come funziona?” viene da chiedersi, quasi ci si trovasse davanti a un oggetto misterioso e non a un libro come tanti altri.

Il progetto grafico, realizzato da Silvana Amato e Marta B Dau, è stato pensato per voler trasmettere visivamente al lettore il disturbo di cui il protagonista è affetto e la distrazione ossessiva che ne deriva, inserendo in cima alle pagine un testo di colore diverso che deconcentra ma allo stesso tempo integra la lettura, come un rumore “visivo” di fondo.

Nell’approcciarsi a questo testo però tutto questo non lo si può ancora sapere e quindi ci si chiede semplicemente: “Come funziona?”. Questo breve soffermarsi a osservare le pagine risveglia il lettore dal torpore di un gesto abituale e lo rende ricettivo, pronto a immergersi con attenzione in una storia e in una scrittura sorprendenti.

Palestine, Texas. Un posto dove i turisti non ci capitano nemmeno per sbaglio. Una macchina percorre a tutta velocità una strada immensa, poi un incidente, un braccio mozzato sul cruscotto, un uomo con un fucile. E un continuo fischio assordante. Sono venuto in America per cercare Alfonso Duro. È importante che io lo trovi, dirà il protagonista al commissario durante l’interrogatorio.

Così inizia la storia che Riccardo Romani vuole raccontarci.

O forse no.

Ad un tratto, giriamo la pagina, usciamo dal commissariato texano e ci ritroviamo su un’altra macchina, diretta questa volta a Greto piccolo paesino dell’italianissima Emilia. Soltanto due elementi rimangono al lettore per collegare questo salto spazio-temporale: la voce narrante e un nome, quello di Alfonso Duro. Un’ombra, un fantasma mitizzato dall’ingenuità infantile del protagonista che riecheggerà per ogni pagina di questo splendido romanzo, accendendo passo dopo passo la curiosità del lettore.

Le cose brutte non esistono è la storia di un viaggio, tanto intimo quanto fisico, alla ricerca di risposte che forse sarebbe stato meglio non avere. È la storia di un giovane, più adatto ai libri che alle imprese, che per amore della misteriosa Senida, riesce a trovare il coraggio di dare un colpo alla sua piatta esistenza, schiacciata da un padre distante e autoritario, perennemente insoddisfatto di quel figlio così debole. Un padre attorno al cui passato si addensano ombre fitte, prima fra tutte quella dell’amico Alfonso Duro, emblema del machismo, personificazione dell’avventura, con le sue storie di posti lontani e le sue donne bellissime.

[Le cose brutte non esistono, Riccardo Romani, 2013, 66thand2]